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Città: Gallicano nel Lazio (Roma) - 00010

PONTE AMATO
Si tratta di un ponte romano che consentiva all’antica Via Prenestina di superare la valle del fosso Scalelle, per poi dirigersi verso la città di Praeneste (Palestrina). La sua datazione non è sicura, tuttavia le analogie con il ponte di Nona (al IX miglio della Via Prenestina) fanno ipotizzare che possa risalire alla seconda metà del II secolo a.C. o agli inizi del I secolo a.C. Il suo nome deriva dal Conte Amato di Segni che nel X secolo lo fortificò e ne curò il ripristino dopo l’abbandono dei secoli bui. Abbandonato nuovamente a sé stesso per diversi secoli, il ponte è stato oggetto nel 2001 di un eccellente restauro operato dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio. Il ponte è caratterizzato da un’unica arcata a tutto sesto, che ai primi del XX sec. era integra. Oggi ne resta solo un tratto essendo crollata la parte settentrionale durante i combattimenti della II Guerra Mondiale. Occorre incamminarsi di nuovo fino ad arrivare a Ponte della Bullica, un acquedotto costruito tra il 144 - 140 a.C. Molto suggestiva la presenza di una galleria d’ispezione. Lo speco, posto al di sopra della struttura edilizia, è distrutto mentre è intatto il tratto interrato ai lati del ponte, rivestito in mattoni e ricoperto dalle deposizioni calcaree dell’acquedotto dell’ Aqua Marcia. Dopo averlo visitato si procede, fino ad arrivare ad un vecchio mulino, li troverete una grotta nella quale è situato un pozzo dell’acquedotto in cui si può accedere. Non lontano c’è Ponte Pischero, a cui si accede dall’azienda agricola di colle S. Angeletto. Realizzato in opus quadratum con blocchi alti 45 cm. appaiono quasi interamente crollati, tranne i piedritti che scendono fino nel letto del fosso e l’accenno degli archi sulla sponda sinistra. L’opus quadratum è una tecnica di costruzione della Roma antica, che consiste nella sovrapposizione di blocchi squadrati in forma parallelepipeda e di altezza uniforme, che vengono messi in opera in filari omogenei con piani di appoggio continui. Procedendo per Via Moletta, strada che anticamente collegava Gallicano con il Castello di Passerano, si arriva a Ponte Caipoli, che fa parte dell’acquedotto Aqua Marcia e risale al 144/140 a.C. La sua architettura è alquanto tozza, caratterizzata da due arcate sovrapposte realizzate in mattoni. Si procede il sentiero nel bosco, e si giunge a Ponte Taulella. Il suo nome deriva dall’unità metrica di superficie in uso nello Stato Pontificio (1 taulella = 72 pertiche quadrate), che passò ad indicare genericamente appezzamenti di terra quadrati. Facente parte dell’acquedotto “Anio vetus”, è databile al 272 a.C.

 PONTE DELLA BARUCELLA O PONTE DIRUTO
Ubicato nel territorio di Gallicano nel Lazio, precisamente in via della Barocella (km 9,00 della Prenestina Nuova), questo” gigante” è situato sul percorso degli antichi acquedotti Anio Novus e Aqua Claudia, a breve distanza dal percorso della Via Praenestina antica, di cui si conserva intatto il basolato in pietra lavica. Conosciuto anche come Ponte Diruto, è costituito in realtà dai due monumentali ponti, vicinissimi fra loro, con cui i due acquedotti provenienti dalla valle dell’Aniene e diretti a Roma, attraversavano il fosso dell’Acqua Nera.

TAGLIATA DI S. MARIA DI CAVAMONT
La Tagliata di S. Maria di Cavamonte, caratterizzata da una incisione del banco di tufo alta oltre 10 metri, si sviluppa lungo il tracciato dell’antica Via Praenestina. Il basolato tuttavia, su cui è impostata la cappella che da il nome alla località, sembra corrispondere a una ‘versione’ più recente della strada (risalente forse alla prima età imperiale), poiché quella del II-I sec. a.C. doveva essere a quota superiore, coincidente quasi con il livello di una tomba, databile allo stesso periodo, scoperto nel 1986 sull’alto della parete Nord. Si tratta di un’ampia esedra semi-circolare in opera quadrata, al centro della quale c’è una piccola stanza rettangolare, raggiunta da un corridoio, scavata nel tufo, con banchine laterali e nicchiette per i cinerari. Sulle pareti della tagliata si scorgono alcuni pozzi degli acquedotti, i cippi anepigrafi scolpiti nella roccia che segnavano il percorso della Claudia e dell’Anio Novus e il cippo n. 520 dell’Aqua Marcia, ancora in sito nel lato Sud, relativo al restauro augusteo dell’11-4 a.C.

CASTELLO DI PASSERANO
Il castello di Passerano è situato su un poggio isolato della campagna di Gallicano nel Lazio da cui domina la vallata delimitata da due fossi: Acqua Nera e Passerano. Le sue origini si fanno risalire al X secolo in virtù del fatto che viene menzionato in una bolla del pontefice Leone VII in cui si attesta che il fondo era di proprietà del monastero di Subiaco che proprio alla fine del X secolo aveva rilasciato il permesso di costruirvi il castello. Di costruzione tipicamente medievale, con la sua pianta quadrangolare, esteriormente il castello presenta una doppia cinta di mura con merlatura di tipo ghibellino finalizzata a formare un triangolo molto stretto e avente una forma allungata in cui sono intervallate numerose torri di guardia. Una rampa sostenuta da un arco permette l’accesso al piano nobile del palazzo dove, accanto ad una torre quadrata, appartenente al nucleo più antico, si innalzano il maschio ellittico (XIV secolo) e le torri circolari di epoca rinascimentale. Fuori della porta del maniero fu edificata anche una chiesa dedicata a S. Benedetto (come attesta la bolla di Giovanni XVIII). La rocca, tante volte saccheggiata ed abbandonata, fu di proprietà di potenti famiglie quali i Colonna e i Rospigliosi. Nel 1058 in questo castello fu ospite per un anno l’antipapa Benedetto X (Giovanni Mincio, cardinale di Velletri). Sconfitto dal papa Niccolò II si rifugiò in seguito a Gaeta. A questo punto il castello di Passerano passò al monastero di S. Paolo, sotto il diretto controllo di Gregorio VII. In questo periodo la Chiesa lo utilizzò spesso come prigione: nel 1121 vi fu imprigionato, per volere di Callisto II, l’antipapa Gregorio VIII e nel 1255 il senatore bolognese ghibellino Brancaleone degli Andalò, ostile alla nobiltà romana. Agli inizi del XV secolo il castello, a causa della scarsità della rendita e delle eccessive spese di manutenzione, fu sottratto al monastero di S. Paolo e affidato da Martino V alla potente famiglia dei Colonna, di cui era membro. Dopo alterne vicende nella metà del Cinquecento fu occupato dalle truppe del duca d’Alba che ne ordinò il saccheggio e la distruzione. Nel Seicento, essendo diminuita la sua importanza strategica, il maniero decadde ed ormai in rovina fu ceduto nel 1622 alla famiglia Ludovisi per poi passare ai Rospigliosi. Nel 1923 il castello di Passerano fu ceduto, unitamente a 1000 ettari di terreno, al barone Paolo Marzi Quintieri che provvide al restauro delle strutture originarie. Il barone, in punto di morte, donò nell’agosto del 1970 il possedimento all’istituto per ciechi San Giovanni Battista di Napoli che in seguito lo cedette alla Regione Campania che tuttora lo gestisce attraverso l’Azienda Agricola di Passerano che produce grano, latte, olio e soprattutto carne.